Era maggio del 1964 ed un signore di poco più di 40 anni, visto che la sorte gli aveva dato un figlio, che allora aveva 7 anni, con una grave disabilità intellettiva, decise che era giunto il momento di fare qualcosa di più.
Il fatto di girare tra medici e cliniche, santoni e santuari, di sentire opinioni e consigli non avrebbe cambiato molto le cose: gli anni passavano e suo figlio perdeva sempre più le opportunità che erano riservate agli altri bimbi, ora i suoi coetanei frequentavano la seconda elementare e di lui non si interessava nessuno!
Perciò, venuto a conoscenza che a Roma, da qualche anno, era sorta un’Associazione di famiglie che vivevano lo stesso dramma, pensò che anche a Vicenza si poteva fare qualcosa, vale a dire che si potevano unire le forze di tanti genitori per reclamare, anche per i propri figli svantaggiati da una disabilità grave come quella intellettiva, una vita dignitosa ed un futuro migliori: “Per Francesco non ci sarà un istituto ad attenderlo ed a rinchiuderlo! Nessuna prigione per lui! Anzi, farò di tutto affinché anche coloro, che la società ha relegato tra le quattro mura degli istituti o, peggio, dei manicomi, possano uscirne e vivere la loro vita!”
Così quel padre cominciò a girare per uffici dei comuni, dell’Amministrazione Provinciale, del Provveditorato agli Studi ed altri ancora per conoscere la situazione della provincia di Vicenza e per avere informazioni sulle famiglie da contattare per creare la nuova Associazione.
Una volta ottenuti, non senza fatica, i primi indirizzi, caricati in macchina sua moglie ed il figlio Francesco, iniziò una peregrinazione per la provincia a bussare alle porte di tante, troppe famiglie con un figlio svantaggiato che allora nessuno chiamava disabile, ma scemo, mongoloide o, se andava bene, subnormale.
Ci furono molte delusioni agli inizi: molti genitori infatti, spesso su consiglio dei medici o delle “autorità pubbliche” di allora, avevano accettato di nascondere la loro “vergogna” rinchiudendo il proprio figlio disabile in strutture di “pubblica carità” più o meno idonee e non volevano neppure parlarne e, tanto meno agire.
Però, per farla breve, alla fine quel signore quarantenne riuscì a mettere assieme un discreto numero di genitori motivati come lui e fondarono la Sezione di Vicenza dell’Anffas; il significato dell’acronimo era allora: Associazione Nazionale Famiglie Fanciulli Subnormali.
Intanto si avvicinava l’autunno e, il primo ottobre, l’apertura del nuovo anno scolastico. Cosa fare per questi bimbi che nessuno voleva e di cui anche molti genitori si vergognavano, quasi vivessero un ostracismo divino?
Quel signore, che era anche professore di scuola, chiese che anche i bambini disabili fossero accettati nelle strutture scolastiche, in quanto la scuola era ed è un diritto ed un dovere per tutti i cittadini italiani a prescindere dal censo e dalle condizioni di salute di ciascuno.
Ma le “autorità scolastiche” furono sorde a tali “impensabili” richieste, in quanto ritenevano quei fanciulli inadatti alla scuola.
“Ma dove sta scritto che siano gli allievi a dover adattarsi alla scuola e non viceversa?!” si chiese quel genitore. La risposta a lui era ovvia, ma non al mondo della scuola di allora.
Bisognava rompere i vecchi ed assurdi schemi su cui si crogiolavano quei dirigenti scolastici che molto sapevano di burocrazia e poco, molto poco, di diritti dei cittadini.
Così quel lontano 1 ottobre, di fronte ai cancelli di alcune scuole del Vicentino, assieme agli scolari “normali”, si trovarono, con i loro grintosi genitori, anche molti fanciulli disabili intellettivi. Ne nacque un putiferio!
Maestri, bidelli, direttori, tutti gli operatori del mondo scolastico vicentino andarono in crisi, nessuno sapeva cosa fare! Era una sfida al sancta sanctorum delle istituzioni pubbliche quello che avevano osato quei genitori!
La società non è pronta, non è matura, si diceva; la scuola non è preparata per questi bimbi!
E quella fu solo la prima sfida dell’Anffas, la prima picconata al monolite becero della discriminazione delle persone con disabilità intellettiva!
Il percorso di accoglienza non fu ne’ facile, ne’ breve: si passò dalle classi speciali all’integrazione scolastica nel corso degli anni, ma per quei bimbi non si erano più aperti i cancelli degli istituti.
Ma la lotta, perché di vera lotta si tratta, per la tutela dei diritti di queste persone svantaggiate era solo agli inizi: ci si doveva confrontare con i problemi di formazione degli insegnanti, di sensibilizzazione della cittadinanza e delle istituzioni, di ricerca di risorse per realizzare i servizi necessari.
Tutti si dichiaravano, a parole, “sensibili al problema”, secondo un modello di risposta che si andava schematizzando sia a livello burocratico che a livello politico, ma pochi davano effettivamente un aiuto concreto alla soluzione di quel “problema”, dimenticando che, più che di problemi, si sarebbe dovuto parlare di persone.
Ed un altro spettro avanzava con il passare degli anni: ancora una volta lo spettro dell’allontanamento dalla famiglia e del ricovero presso istituti “specializzati” (spesso più specializzati a far quattrini che non a dare qualcosa a queste persone).
Infatti cosa sarebbe accaduto a quei fanciulli, una volta terminato il percorso scolastico?
C’era il vuoto assoluto in quegli anni!
Ed allora cosa fecero quei genitori?
Pensarono che, come gli altri ragazzi, dopo la scuola dell’obbligo, potevano accedere a percorsi di formazione professionale, anche per i disabili ci fossero delle possibilità di recupero o di sviluppo di capacità manuali idonee e che, comunque, si dovessero fare tutti i tentativi possibili per non trascurare alcuna opportunità. Poiché la Regione Veneto finanziava i corsi di formazione professionale organizzati da altre strutture, non vedevano la ragione per cui non si dovessero finanziare anche corsi particolari per disabili intellettivi.
Si accentuarono, perciò, i contatti con la Regione e, dopo una pervicace insistenza e diversi tentativi, si ottenne un parere favorevole di massima.
Restava, però, da trovare una sede in cui svolgere le attività.
L’opportunità ci fu quando, dopo aver bussato a molte porte di istituzioni diverse, si venne a sapere che a Lisiera di Bolzano Vicentino c’era un fabbricato di proprietà della Diocesi di Vicenza non utilizzato.

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I contatti con l’organizzazione della Curia vicentina ebbero esito positivo e la sede fu finalmente trovata ed acquisita dall’Amministrazione provinciale che la diede in uso alla Sezione Anffas di Vicenza.
Fu così che nacque, nel 1970, il noto Centro Anffas di Lisiera.
I genitori si misero subito all’opera per dar corpo ai corsi di formazione professionale: fu reperito il personale idoneo ad insegnare ai ragazzi alcuni “mestieri” e si diede il via ai corsi, anche con la partecipazione diretta di alcuni genitori che si impegnarono quotidianamente ad assistere i propri figli e quelli altrui.
Fu questa la prima esperienza realizzata nella provincia di Vicenza: un’esperienza altamente positiva che consentì ad un numero sempre maggiore di disabili intellettivi di avere, sia pure nei limiti delle proprie possibilità, una vita esterna alla famiglia come ogni ragazzo della loro età.

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In quegli anni “pionieristici” ci furono momenti di entusiasmo alternati a periodi di crisi, ma non venne mai meno la volontà ferrea dei genitori (il cui gruppo era, nel frattempo, andando ingrandendosi) di continuare con determinazione la strada che avevano intrapreso.
Negli anni ’70, inoltre, l’Anffas di Vicenza ampliò il suo raggio d’azione a tutta la provincia ed in particolare a Valdagno ed a Bassano del Grappa.
Nel 1975 il Centro di Lisiera abbandonò i corsi di formazione professionale a causa di una grave crisi con il personale dipendente, il quale, per un malinteso senso di autoreferenziata capacità operativa, aveva manifestato l’intenzione di estromettere i genitori dalla gestione delle attività.
Il Consiglio della Sezione, in contrapposizione con i dipendenti e con le forze sindacali di allora, decise di cessare tutte le attività di formazione professionale e di riprendere le attività come Centro Occupazionale gestito direttamente, anche per le attività quotidiane, dai genitori.
Fu un periodo molto difficile, che richiese impegno costante ed aprì la strada della collaborazione con gli Enti pubblici del territorio, in particolare con l’Amministrazione provinciale e con alcuni Comuni, con i quali si stipularono le prime convenzioni.
Altri centri occupazionali furono realizzati a Bassano del Grappa ed a Valdagno, attraverso accordi con le Amministrazioni pubbliche locali.
Successivamente le delegazioni di Bassano e di Valdagno divennero esse stesse Sezioni Anffas autonome, seguite, qualche anno più tardi da Lonigo: anche in quest’ultima città fu realizzato un centro occupazionale.
Nel frattempo nel Vicentino sorsero, sulla strada tracciata da quei primi genitori pionieri, altre Associazioni di famiglie di disabili, altri centri ed altre Cooperative sociali.
Ma i problemi non erano finiti.
Infatti non bastava garantire ai ragazzi una vita dignitosa sotto il controllo costante dei genitori e delle famiglie: si doveva pensare anche al futuro, a quello che sarebbe avvenuto una volta che le forze dei genitori fossero scemate o quando essi non ci sarebbero più stati.
Questo era (ed è) un problema che assillava tutte le famiglie, anche, ovviamente, a livello nazionale.
“Cosa accadrà dopo di noi?” si chiedevano in tutta Italia i genitori dell’Anffas.
E proprio il “dopo di noi” divenne quasi lo slogan dell’Associazione, tanto che anche oggi più che una frase è diventato un concetto, il principe dei problemi per tutte le famiglie dei disabili intellettivi anche al di fuori dell’Anffas.
Negli anni ’80, la Sezione di Vicenza dell’Anffas ebbe la fortuna di avere un lascito testamentario da parte di una persona, il signor …… Lovo, a cui saremo sempre grati, il quale lasciò in eredità all’Associazione la sua abitazione ed alcuni appartamenti collegati siti in viale Trieste, oltre ad una somma di denaro.
Tale lascito diede all’Anffas l’opportunità di cominciare a pensare seriamente a realizzare una casa per i ragazzi che si fossero trovati senza la loro famiglia: ma i beni ricevuti con questo atto di generosità non erano ancora sufficienti per dare una risposta concreta alle esigenze sempre più pressanti.
Pertanto, grazie alla collaborazione delle Suore ………., che misero a disposizione un appartamento in contrà Burci, fu realizzata la prima casa-famiglia che, all’inizio, ospitò 5-6 ragazzi.
Nel frattempo l’Anffas fu costretta ad una lunga attesa prima di partire con la ristrutturazione del fabbricato di viale Trieste, in quanto si dovevano trovare i fondi necessari a realizzarla.
Verso la fine degli anni ’90, senza neppure avere tutte le risorse economiche necessarie, si decise di partire con i lavori e di chiedere il contributo, poi parzialmente concesso, agli Enti pubblici competenti.
La Regione Veneto, sia pure in tempi non brevissimi, concesse un contributo, come poi fece anche la Fondazione della cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno ed Ancona.
Gli altri fondi, in aggiunta a quelli lasciati dal compianto sig. Lovo, furono reperiti direttamente dai genitori, anche attraverso un’autotassazione.
Alla fine, nel 2000, la nuova Comunità Alloggio di viale Trieste a Vicenza fu inaugurata ed aperta ai ragazzi (oggi sono 14) che non avevano più la loro famiglia.
Questa è la storia di ieri, descritta in sintesi, di oltre 40 di presenza dell’Anffas a Vicenza; una storia che vive dentro ancor oggi grazie all’opera di quei primi genitori che decisero di non accettare la disabilità dei loro figli come una punizione o come un’onta familiare, ma di trasformarla in un’occasione di miglioramento e nell’opportunità di agire per promuovere i diritti dei più indifesi tra i disabili.
La storia più recente è descritta in altra parte di questo portale, ma è importante ricordare il passato per poter sperare che il futuro dia agli attuali genitori e familiari la stessa determinazione che ebbero i loro predecessori.
Ricordiamo, in conclusione, alcuni di quei primi genitori:
prof. Ferruccio Poli, il primo Presidente e fondatore della Sezione Anffas di Vicenza ed attuale Presidente Onorario;
sig. Adriano Silvestri, Presidente per oltre 20 anni, al quale è intitolata la Comunità Alloggio di viale Trieste;
sig. Angelo Giusto Frigo, consigliere per molti anni.
